La “bolla” e la “bestia”

La “bestia” di Salvini e la “bolla informativa” ci mostrano come il web e i social siano sempre di più delle fabbriche del consenso e strumenti di manipolazione dell’opinione pubblica.

La “bestia” è il nome che è stato dato alla macchina di comunicazione social di Matteo Salvini, uno strumento di analisi del web in grado di leggere commenti e conversazioni che riguardano gli argomenti del momento. Molti leader politici utilizzano questi “listening tool” per essere sempre in sintonia con i loro followers specialmente durante le campagne elettorali: la specificità della “bestia” è che viene utilizzata ininterrottamente con un imponente dispiegamento di capitali e persone.

Ci sono però una serie di problemi legati alla “bestia” su cui è indispensabile riflettere: la diffusione di contenuti razzisti, di incitazioni all’odio e di fake news; l’enfatizzazione del gradimento con il sostegno di claque finanziate da oscure lobby; infine, vi è l’incertezza sull’utilizzo che viene fatto dei nostri dati personali.

I social, per loro natura, tendono a fare leva sulle emozioni negative perché sono quelle che con più facilità creano dipendenza e ci rendono manipolabili;[1] di conseguenza, i temi che accomunano le destre di tutto il mondo trovano nella rete terreno fertile: sta avvenendo così uno sdoganamento di odio e razzismo che non era immaginabile fino a poco tempo fa e contemporaneamente assistiamo a un’incessante campagna di delegittimazione e attacco delle persone contrarie a queste idee.

I profili social di Salvini seguono alla lettera il modello che ha già portato al successo i leader della destra internazionale come, ad esempio, Donald Trump; questo schema prevede che ad ogni ora del giorno possiamo trovare post con attacchi alle minoranze, a rivali politici e giornalisti, sapientemente intervallati a post che mostrano, invece, teneri momenti di vita privata, con lo scopo di dare a tali profili un’aura di genuinità.

La condivisione di post è immediatamente sostenuta da una vera e propria fabbrica dei like: come spiegato dal regista e studioso del fenomeno delle fake news Alex Orlowski, i post di Salvini diventano trend topic grazie a centinaia di bot, account finti programmati per mettere like e commentare in base a dei tag prestabiliti, e grazie a un folto gruppo di follower americani che sono vicini al movimento ultranazionalista Turning Point Usa, alla National Rifle Association (la lobby americana delle armi), a Steve Bannon, e ai movimenti suprematisti bianchi, Ku Kux Klan compreso.

Un altro elemento essenziale della strategia della “bestia” è la profilazione dei followers allo scopo di creare contenuti il più possibile mirati: si ascolta la “pancia” e si creano messaggi che sono concepiti per soddisfarla. A questo scopo possono essere utilizzati banali test o giochini online, come già avvenuto nel caso di Cambridge Analytica.

Il leader della Lega ha utilizzato qualcosa di simile lanciando il concorso “Vinci Salvini”, che aveva il duplice fine di accrescere la popolarità delle sue pagine social[2] e di tratteggiare i profili dei propri fan, ponendo però il problema della liceità dell’utilizzo dei dati personali.

Le nostre opinioni, dunque, si formano in maniera pilotata: prima veniamo profilati e poi ci vengono “servite” delle notizie studiate per accrescere la nostra rabbia e le nostre paure; crediamo che ci sia una enorme comunità che la pensa esattamente come noi ma ignoriamo che, in realtà, una parte cospicua delle condivisioni e dei like ad un post, sono effettuate da account fittizi e non da persone reali.

Tutto questo meccanismo va inserito nel contesto più ampio della bolla informativa, che ci permette di vedere le opinioni altrui soltanto nella loro forma più estrema ed aberrante: il punto di vista di chi si oppone alle nostre idee lo conosciamo nella versione filtrata e distorta di chi ci sta condizionando.

Per citare l’informatico Jaron Lanier, “la versione del mondo che vediamo è invisibile alle persone che ci fraintendono e viceversa”. Così può succedere che chi si oppone all’odio e al razzismo come Laura Boldrini, per fare solo un esempio, possa diventare bersaglio di odio da parte di persone che nemmeno conoscono il suo curriculum e che si sono formati un’opinione su di lei sulla base di meme diffamatori appositamente diffusi all’interno della “bolla”.

Qualcuno sostiene che la “bestia” di Salvini ultimamente non stia dando gli stessi risultati di un anno fa e che il gradimento del leader della Lega sia in calo. Non bisogna lasciarsi ingannare da temporanee oscillazioni: la macchina non ha smesso di funzionare ed è pronta per essere rimessa a pieno ritmo al momento opportuno.

Ma il punto non è Salvini: il suo caso ci dimostra che internet non è il luogo della democrazia diretta che avevamo immaginato ma piuttosto il luogo dove potenti lobby fabbricano il consenso e rafforzano il loro potere attraverso la manipolazione dell’opinione pubblica.


[1] J. Lanier, Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social, Il Saggiatore; Cfr. Sherry Turkle, La conversazione necessaria, Einaudi, 2016.

[2] Il concorso premiava i followers che avrebbero interagito di più.

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