Le fake news come armi da guerra

Le fake news sono state spesso determinanti nell’orientare la storia del mondo e utilizzate dai governanti per rafforzare il loro potere, per giustificare guerre e come pretesto per la soppressione delle libertà.

Fin dall’antichità, la paura e il malcontento vengono indirizzati dal potere politico verso minoranze interne alla società al fine di ricompattarla; ne è un esempio il celebre incendio di Roma, che Nerone sfrutta per scatenare la caccia a tutti quelli che erano solo sospettati di essere cristiani.

La costruzione dell’odio verso ogni tipo di minoranza e la creazione ad arte di situazioni d’emergenza per giustificare la successiva soppressione delle libertà sono un vero e proprio leitmotiv delle menzogne politiche di ogni epoca. Gli esempi che si potrebbero citare sono infiniti: dalla propaganda intrisa di bugie che portò alle Crociate, alle prime esplosioni di antisemitismo nel Medioevo, fino all’affaire Dreyfus nella Francia della Belle Époque.

Il caso più emblematico rimane però quello dei fantomatici “Protocolli dei Savi di Sion”, un testo diffuso per la prima volta nel 1903 dalla polizia segreta russa e spacciato per il verbale di una riunione tra i capi dell’ebraismo che stavano progettando di conquistare il mondo. Il falso documento, che circola prima in Russia e poi in altre parti del mondo, è stato il pretesto per giustificare le persecuzioni degli ebrei ma anche delle forze politiche progressiste e liberali: i “Savi”, infatti, erano accusati di voler distruggere l’ordine sociale e le tradizioni cristiane attraverso le idee liberali e la manipolazione della stampa e degli altri media. Di conseguenza, la soppressione delle libertà democratiche si rendeva necessaria.

I “protocolli”, come molte “bufale” che vengono diffuse tuttora, servivano dunque a manipolare l’opinione pubblica tramite l’invenzione di una minaccia inesistente e la delegittimazione della democrazia allo scopo di rendere accettabili limitazioni delle libertà e l’instaurazione di regimi autoritari.

Inoltre, i “protocolli” mostrano anche quanto sia difficile arrestare la corsa di una fake news: [1] sebbene già nel 1921 il quotidiano britannico Times avesse provato che il documento non era altro che un plagio di vecchi testi antisemiti, Hitler lo utilizzò per giustificare le sue disumane politiche di discriminazione e, ancora oggi, molti Paesi se ne servono per motivare prese di posizione politiche contro Israele. Solo un anno fa, un senatore della Repubblica italiana, noto per avere diffuso varie teorie del complotto razziste, ne aveva rilanciato l’autenticità.

Anche le democrazie moderne hanno fatto ricorso alle falsificazioni per giustificare azioni politiche inaccettabili come succede, ad esempio, con le due guerre del Golfo. Nel 1991 la stampa statunitense diffonde foto di cormorani ricoperti di petrolio nelle acque del Golfo Persico. Così facendo, si voleva trasmettere il messaggio che il leader iracheno Saddam Hussein avesse fatto riversare in mare enormi quantità di petrolio. In realtà, il Golfo Persico era inaccessibile ai media e quelle immagini non potevano essere state scattate lì: in seguito, si seppe che gli uccelli erano stati presi in uno zoo americano e intrisi di petrolio [2].

Dopo questo primo conflitto, nel 2003 il Premier britannico Tony Blair e il presidente americano George Bush fornirono prove false sulle armi di distruzione di massa, le micidiali armi batteriologiche nelle mani di Saddam. Le conseguenze furono devastanti: una guerra illegale e una gravissima instabilità politica dell’area, finita in mano agli estremisti islamici.

Una foto che mostra “migranti pronti a partire dalla Libia” nel 2014 è in realtà uno scatto del 1991.

Oggi l’arma delle fake è di nuovo rivolta contro le minoranze, soprattutto stranieri, poveri, donne, omosessuali e avversari politici. Esistono reti internazionali organizzate che utilizzano le straordinarie risorse offerte dal web per raggiungere milioni di persone in tempi brevissimi. Abbiamo visto i disastri che hanno prodotto in passato ma non abbiamo imparato la lezione mentre la velocità e la capillarità di diffusione, insieme ad altri meccanismi della rete, le rendono più insidiose che mai. È perciò necessario acquisire gli strumenti per riconoscerle se non vogliamo rischiare di commettere ancora gli stessi errori.


[1] Cfr. G. Jacomella, Il falso e il vero, Feltrinelli, 2017.

[2] A. Fontana, Fake news: sicuri che sia falso?, Hoepli Editore, 2018.

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