L’immaginaria Terza Repubblica.

Il leader del M5S Luigi Di Maio all’indomani dell’affermazione elettorale nel marzo 2018 affermò trionfante: “Oggi nasce la terza Repubblica”. Nel 1994 si era parlato di “seconda Repubblica” all’indomani della vittoria di Berlusconi. In realtà, la Repubblica italiana, nata col referendum del 1946 non è mai stata oggetto di riforme istituzionali che ne abbiano sancito la fine. Dai primi anni Novanta stiamo, semmai, assistendo a una lunga fase di crisi caratterizzata dalla costante crescita del populismo che riguarda buona parte dei Paesi occidentali.

Nel 1994, con la vittoria di Silvio Berlusconi e dei suoi alleati, venne tenuta a battesimo la cosiddetta “seconda Repubblica”. La definizione ebbe un immediato successo mediatico ma non rispecchiava la realtà.

Che cosa aveva contribuito a cambiare il clima politico in Italia? La risposta va ricercata in quattro importanti avvenimenti che si verificarono nel giro di pochi anni.

1. Nel 1992 lo scandalo di Tangentopoli portò alla definitiva scomparsa o alla drastica riduzione del peso politico dei partiti che insieme alla DC avevano governato ininterrottamente il Paese dal 1948 in poi.

2. Pochi anni prima, la caduta del muro di Berlino e il conseguente dissolvimento dell’URSS nel 1991, avevano messo in crisi il PCI e la cornice ideologica di una politica incentrata sul confronto capitalismo-comunismo.

3. La legge Mattarella, conseguenza del referendum promosso dai Radicali e da Mario Segni, nel 1993 introdusse un sistema elettorale prevalentemente maggioritario e avrebbe dovuto aprire la strada all’alternanza di governo e alla stabilità;

4. Infine, le elezioni del marzo 1994, vedevano per la prima volta l’affermazione non solo di un partito diverso dalla DC, ma addirittura di tre partiti esterni all’arco costituzionale: Forza Italia, nata pochi mesi prima per volontà di Silvio Berlusconi; Alleanza Nazionale-MSI, ai tempi ancora in parte di ispirazione neofascista, e infine una forza esplicitamente antisistema, la secessionista Lega Nord. Un cambiamento enorme in un’Italia che era stata definita una “democrazia bloccata”: dal 1948 in poi non c’era infatti mai stata alternanza di governo.

Nessuno di tali fattori quindi poteva realmente influire o modificare in alcun modo la natura parlamentare della Repubblica così come prevista dalla Costituzione del 1948.

Inoltre, osservando quelle vicende a distanza di 25 anni è evidente che, fatta eccezione per i mutamenti internazionali, non si trattò di cambiamenti epocali: Tangentopoli ebbe un effetto dirompente nell’immediato ma non eliminò la corruzione che tornò da subito a essere una costante nella politica italiana; il sistema elettorale è vero che garantì una certa alternanza ma non la stabilità politica, e quando Berlusconi si accorse che il maggioritario non gli avrebbe consentito di vincere le elezioni nel 2005, lo abolì, senza proteste da parte dell’opposizione, sostituendolo con il “Porcellum”, una legge elettorale che resuscitava il sistema proporzionale[1].

Furono altri, quindi, i fattori che caratterizzarono quella che lo storico Antonio Gibelli ha definito “età berlusconiana”: la personalizzazione della politica, il ridimensionamento del ruolo dei partiti e l’affermazione di movimenti guidati da capi carismatici; infine la comparsa di tendenze antipolitiche e il ruolo centrale dei media (la televisione ieri, oggi soprattutto il web e i social) come strumento di formazione dell’opinione pubblica [2].

L’immaginaria “Terza Repubblica”

Dal 2013, la politica attuale presenta forti analogie con il berlusconismo mentre l’unico fattore di discontinuità rispetto al periodo precedente consiste nell’affermazione di un nuovo assetto politico tripolare. Perciò, appare ancora più azzardata e priva di fondamento costituzionale, l’affermazione di Luigi Di Maio: “Oggi ha inizio la Terza Repubblica, quella dei cittadini”; pronunciata all’indomani delle elezioni politiche del 2018 nelle quali il Movimento 5 Stelle risultava primo partito alla Camera con il 32,7%

La dichiarazione del pentastellato insinua l’idea aberrante che da una vittoria elettorale possa scaturire un nuovo regime politico: si fa passare per avvenimento eccezionale e capace di modificare la natura della Repubblica ciò che dovrebbe costituire la normale alternanza democratica.

Se non era corretto parlare di Seconda Repubblica per indicare gli anni che hanno visto l’affermazione del Berlusconismo e di un effimero bipolarismo, tantomeno corretto è affermare la nascita di una nuova Repubblica soltanto in seguito alla vittoria di un partito “nuovo” e di opposizione.

Il linguaggio che interpreta la competizione politica in chiave bellica, è un’insidiosa eredità del berlusconismo che crea una distanza enorme tra maggioranza di governo e opposizione e che non lascia alcuna possibilità di dialogo. Frasi come “apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno” generano un clima da guerra civile in cui si lascia intendere che tutto il vecchio sia da demolire.

Già nel 1994, dopo la caduta del suo primo governo, facendosi forte di una “Costituzione sostanziale” originata dalla nuova legge elettorale e dalla vittoria del suo schieramento politico, Berlusconi provò a forzare le regole della Costituzione asserendo, tra le altre cose, che il Presidente della Repubblica avrebbe avuto l’obbligo di sciogliere le Camere e che una qualunque soluzione diversa avrebbe costituito una sorta di colpo di Stato e un tradimento della volontà degli elettori[3]. Dopo oltre vent’anni, l’incredibile accusa di alto tradimento rivolta da Di Maio al Presidente Mattarella, colpevole di avere espresso contrarietà sulla nomina di un ministro, riflette una medesima logica: il consenso elettorale come fonte di una legittimazione che può modificare, di fatto, la Costituzione e alterare gli equilibri tra le istituzioni dello Stato.

In conclusione, la nostra Repubblica, l’unica che l’Italia abbia mai avuto, dal 1990 sta attraversando una lunga fase di crisi, comune a molte delle democrazie occidentali, caratterizzata dal ritorno del populismo e delle tendenze autoritarie. Oggi, la retorica guerresca e la favola della “nuova Repubblica” servono a chi vuole presentarsi come il nuovo occultando la propria diretta discendenza politica dagli anni di Berlusconi, ma sortisce il pericoloso effetto di fomentare ulteriormente l’antipolitica, di delegittimare le opposizioni e le stesse istituzioni democratiche. 


[1] Una legge studiata a tavolino per non far vincere nessuno e creare instabilità politica (la legge Calderoli infatti fu definita “una porcata” dal suo stesso autore e dichiarata, per una parte incostituzionale nel 2014).

[2] A. Gibelli, Berlusconi passato alla storia, Donzelli, 2011.

[3] V. Testa, “Un altro governo sarebbe un golpe…”, in “la Repubblica”, 4 gennaio 1995, p. 2.

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