Giorgia Meloni e la Storia a testa in giù

Almeno dagli anni Novanta, assistiamo a tentativi di riscrittura della storia allo scopo di adattarla alle esigenze politiche del presente. Con l’avvento dei social, sempre più spesso, sono i leader politici che in prima persona si cimentano nell’impresa di reinventare la memoria. Il risultato è un completo stravolgimento dei fatti come nel caso del post di Giorgia Meloni che alcuni giorni fa ha attribuito ai partigiani caratteristiche proprie del fascismo.

L’affievolirsi della memoria storica, l’uso distorto che ne viene fatto e il suo l’asservimento alle esigenze politiche del presente non sono una novità. Nel 1995, Eric Hobsbawm nell’introduzione de “Il secolo breve” scriveva:

La distruzione del passato, o meglio la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti, è uno dei fenomeni più tipici e insieme più strani degli ultimi anni del Novecento.[1]

Negli stessi anni, in Italia, avevamo i tentativi di Fini e Violante di “definire una memoria storica condivisa” e, poco più tardi, i libri di Giampaolo Pansa che illustravano episodi deprecabili compiuti dagli antifascisti, estrapolandoli dal contesto allo scopo di trasmettere il messaggio che i fascisti erano stati dipinti come cattivi solo perché “la storia la scrivono i vincitori”.[2]

Quello che oggi appare come un fenomeno nuovo è il continuo e spregiudicato uso distorto della storia da parte di leader politici come Salvini e Meloni che attraverso i loro account social ci sommergono di notizie che spesso si rivelano false o ingannevoli. Gli esempi potrebbero essere infiniti ma l’ultimo che mi è capitato di leggere, un post pubblicato da Giorgia Meloni in risposta alla rivisitazione di Bella Ciao realizzata da Francesco Guccini lo scorso 25 Aprile, è particolarmente emblematico:

Cosa intende esattamente Francesco Guccini quando dice che con Meloni, Salvini, Berlusconi faranno la “resistenza come hanno fatto i partigiani”? Che dovrebbero farci i processi sommari, appenderci a testa in giù, rasarci i capelli ed esporci alla pubblica gogna? Cosa intende quando dice “oh partigiano portali via”? Dove dovrebbero portarci questi partigiani? Al confino, in galera, dove? Questa si chiama istigazione all’odio, cari compagni. Ma noi non ci faremo intimorire, mai. Dovete batterci nelle urne, se ne siete capaci.

La Bella ciao di Guccini.

Nel suo post, Meloni estrapola fatti dal contesto della dittatura, della guerra mondiale e soprattutto della guerra civile e attribuisce ai partigiani ciò che era tipicamente e profondamente fascista. Parla di “processi sommari” dimenticando che il fascismo aveva istituito il tribunale speciale per la difesa dello Stato e la pena di morte per gli oppositori politici. In questo modo, si restituisce l’impressione fuorviante  di un’epurazione spietata nei confronti dei fascisti che in realtà non c’è stata, poichè il numero di condanne di gerarchi fascisti fu esiguo, e già nel 1946 arrivò l’amnistia di Togliatti che di fatto chiuse definitivamente la questione: chi appoggiò la dittatura fascista continuò a prestare servizio nella pubblica amministrazione dell’Italia repubblicana.[3]

Non manca il solito riferimento alla “testa in giù”, ma la storia di piazzale Loreto andrebbe raccontata dall’inizio. Il 10 agosto 1944 un gruppetto di fascisti, quelli spesso sdoganati come “i ragazzi di Salò”, prelevò all’alba 15 partigiani dal carcere di San Vittore e li trucidò a piazzale Loreto, lasciando i loro corpi esposti fino a sera, alla mercè del caldo estivo e degli insetti, con un cartello che li definiva assassini. Un atto di puro terrorismo, così lo definì il tribunale di Torino che processò i responsabili.

Nel post della Meloni anche il riferimento ai “capelli rasati” lascia perplessi. Certamente episodi di questo tipo erano avvenuti durante la guerra civile, ma si trattò di casi isolati: all’interno di un movimento così ampio come la Resistenza si verificarono atteggiamenti che si distaccavano dai comuni ideali che essa professava. Per i nazifascisti, al contrario, torturare e uccidere non era un incidente di percorso ma parte integrante del loro programma politico. Nella loro ideologia criminale esistevano razze inferiori che andavano eliminate, e lo sterminio di queste fu pianificato e poi realizzato: 11 milioni di morti che sarebbero stati molti di più se i fascismi non fossero stati sconfitti. Meloni lo sa a quanti milioni di donne sono stati rasati i capelli nei campi di concentramento?

Tuttavia, la perla del post di Meloni è quella sui partigiani che “dovrebbero portarci al confino”! Il confino! Una parola che siamo abituati ad abbinare all’aggettivo fascista, perché è una delle più tipiche invenzioni del regime di Mussolini, Meloni la associa ai partigiani! Il confino, istituito con la legge del 6 novembre 1926, svelava l’essenza più profonda del fascismo: non fu utilizzato per isolare e punire pericolosi criminali ma oppositori politici e omosessuali[4].

I 15 martiri di piazzale Loreto.

Quello che la Meloni rivela con il suo messaggio è quindi un maldestro tentativo di capovolgere il senso della storia e di rimodellare la stessa cultura che è nel DNA di noi italiani. Quei ragazzi che lei addita come criminali furono cantati dal premio Nobel per la letteratura Salvatore Quasimodo nella commovente poesia Ai 15 di piazzale Loreto nella quale il sacrificio dei partigiani ricorda quello di Cristo: il loro sangue aveva restituito la linfa vitale all’Italia ed era il seme da cui sarebbe germogliata la democrazia.


[1] E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano, 1995, pp. 14-15.

[2] Cfr. G. Pansa, Il sangue dei vinti. Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile, Sperling & Kupfer, 2003.

[3] Cfr. Mimmo Franzinelli, L’amnistia di Togliatti: 1946. Colpo di spugna sui crimini fascisti, Feltrinelli, Milano, 2016; S. Colarizi, Storia del Novecento italiano, Bur, 2000.

[4] Cfr. C. Poesio, Il confino fascista, Laterza, 2011; G. Goretti, T. Giartosio, La città e l’isola, Omosessuali al confino nell’Italia fascista, Donzelli, 2006.

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