Le epidemie che dobbiamo combattere per essere migliori

Disinformazione e tentativi di manipolazione sociale di massa alimentano odio, razzismo e antipolitica in mezzo mondo. Sono questi alcuni dei mali da sconfiggere per poter leggere la realtà con maggiore consapevolezza e costruire un futuro migliore, di partecipazione democratica e pace.

In questi giorni difficili sta prendendo piede la retorica de “l’esperienza del coronavirus ci renderà migliori” ma è assai improbabile che una tale palingenesi possa verificarsi senza porsi delle domande, senza ragionare su quali siano i mali che affliggono la nostra società e cosa sia necessario cambiare per migliorare. Il mondo messo in standby dall’epidemia del Covid 19, era sempre più intollerante e ostile a chiunque fosse Altro, chiunque fosse diverso; un mondo sempre più sciovinista e ferocemente geloso del proprio metro quadro di benessere; manipolato da algoritmi e informazione distorta; superficiale e individualista; e affetto da un altissimo tasso di analfabetismo funzionale.  Temo che “il metro quadro” in cui ci siamo arroccati, dopo sei mesi o più di coronavirus, possa diventare ancora più ristretto e l’ostilità verso l’Altro ancora più inumana e spietata se non riusciremo a capire che odio, antipolitica, disinformazione sono epidemie che da tempo ci stanno intossicando. Sono tipi di “peste” che dobbiamo sconfiggere se vogliamo essere capaci di leggere la realtà senza condizionamenti e costruire un futuro di consapevole partecipazione democratica e di pace.

Photo by Priscilla Du Preez on Unsplash

Siamo distratti da un continuo diluvio di informazioni insignificanti e fuorvianti che viaggiano principalmente tramite i social. Alcuni osservatori parlano di un grande esperimento di manipolazione sociale di massa che si avvale ovunque degli stessi ingredienti: odio, fake news e antipolitica[1]. Siamo convinti di essere immuni e che solo pochi ingenui possano cadere nelle trappole della rete. Eppure non possiamo negare che spesso il dibattito pubblico, nel quale tutti siamo coinvolti, ultimamente sia ridotto ad un vacuo starnazzamento sui social, orchestrato e diretto dai tweetdel politicante di turno che ogni giorno lancia un’esca diversa alla quale noi puntualmente abbocchiamo. I media tradizionali riescono sempre meno ad arginare questi meccanismi e il più delle volte ne diventano vittime o complici.

Siamo fortemente condizionati dai meccanismi perversi del web che ci suggeriscono ciò di cui dobbiamo interessarci e ciò che dobbiamo pensare, isolati nella nostra rete personalizzata che ci esclude sempre più dal confronto e dalla conoscenza dell’altro[2]. Ci indispettisce ammettere che qualcuno riesca a influenzarci ma dobbiamo ammettere che sì, tutti noi, ci appassioniamo agli argomenti di maggior tendenza sui social impegnando il nostro tempo su temi che non sono quelli importanti. Quanti di noi, ad esempio, si sono scagliati contro Michela Murgia nei giorni scorsi, per una sua frase su Battiato estrapolata dal contesto di un gioco, mentre nel frattempo avevamo le morti assurde del Pio Albergo Trivulzio che avrebbero meritato un serio moto di indignazione? Dunque, nella migliore delle ipotesi ci occupiamo di cose inutili, nella peggiore di cose false.

Mentre eravamo distratti, milioni di euro venivano tagliati alla sanità pubblica nel nostro più completo disinteresse. Abbiamo avuto bisogno di un’emergenza sanitaria tragica per accorgerci che nel Sud Italia la sanità pubblica è allo sfascio, per scoprire che i nostri medici e i nostri infermieri sono i meno pagati d’Europa.

Per smascherare le trappole della rete, ci sarebbe bisogno di un ambizioso piano politico di contrasto all’analfabetismo funzionale, problema enorme che riguarda una percentuale che si aggira attorno al 50% degli italiani, secondo gli ultimi rapporti PIAAC-OCSE. Invece, ai ragazzi che vanno a scuola, piano piano, stanno togliendo tutto. Però anche su questo niente, nemmeno un’obiezione. Quanti tagli sono stati fatti alla scuola negli ultimi 25 anni? L’istruzione dovrebbe interessare tutti, perché tutti vanno a scuola: riguarda noi e i nostri giovani che sono il nostro futuro. Tutti dovrebbero essere preoccupati dal triste primato che vede circa un italiano su due incapace di comprendere le informazioni, di interpretare la realtà e portato a credere acriticamente a tutto ciò che legge. Io non ho mai sentito una protesta su questo. Forse eravamo impegnati in battaglie più importanti: eravamo inferociti per le bustine trasparenti che i supermercati ci fanno pagare 2 centesimi o per le cooperative gestite dagli inesistenti parenti di Laura Boldrini.

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Ci hanno detto che il nemico sono i più poveri ed è contro di loro che da anni stiamo combattendo. Nel frattempo ci siamo disinteressati della sanità, della scuola, dell’ambiente, della giustizia, mentre la criminalità prosperava e le diseguaglianze sociali si acuivano come non mai.

La storia ci dovrebbe insegnare che, sempre, una parte senza scrupoli della politica ha cercato di inventare dei nemici fittizi utilizzando le stesse armi che si usano adesso. A volte è toccato agli Ebrei, altre volte a Sinti e Rom o ad altre minoranze: erano loro i responsabili di ogni sciagura, dall’inflazione al colera, dagli intrighi politici alla disoccupazione.

Anche l’antipolitica è un fenomeno antico, ma oggi trae carburante come non mai dalla commistione esplosiva tra meccanismi perversi del web e l’information disorder ovvero il sempre più problematico  approccio all’informazione. Anche in questo caso la storia ci dovrebbe istruire: l’ottocentesco “Parlamento sozzo porcaio” prima, e la retorica sprezzante su “l’Italietta di Giolitti” poi, ci hanno portato dritti verso disastrose guerre e al fascismo[3]; più di recente l’ondata di furore scaturita dalle indagini di Tangentopoli ci ha portato dritti al Berlusconismo. Infine, chiediamoci: a cosa ci hanno portato i “vaffa” e le “rottamazioni”?

L’antipolitica, fatta di critica sterile e becera, ha sempre e solo portato a un peggioramento ulteriore del livello del dibattito politico e a una minore partecipazione, quando non ha aperto la strada ai regimi autoritari; è sempre servita per farci stare a casa indignati col risultato di dare mano libera a quella stessa politica che ci aveva disgustati. Un circolo vizioso che possiamo spezzare solo con la partecipazione attiva, unico mezzo per permettere a una politica più nobile di affermarsi. Dobbiamo rinnovare la politica e arricchirla di contenuti che la rendano di nuovo ciò che dovrebbe essere: cura della comunità, progettazione del futuro.

È il momento di partecipare e di capire che mentre impegniamo il tempo dietro all’odio, le false notizie e l’antipolitica, perdiamo l’occasione di cambiare le cose, ci rendiamo corresponsabili di tutto ciò che non andrà domani. È il momento di capire che l’odio e il razzismo sono armi di distrazione di massa e che tocca a ognuno di noi la cura della comunità di cui facciamo parte. Dobbiamo lavorare per un sistema di educazione che permetta alle generazioni future (e anche agli adulti di oggi!) di non essere facili prede della propaganda e di essere in grado di informarsi e interpretare la realtà che le circonda. Non deve essere un sogno immaginare di avere una Ricerca che permetta al Paese di essere all’avanguardia nella produzione di farmaci, di vaccini, di avere energia pulita, città senza inquinamento, ospedali efficienti da Bolzano ad Agrigento.

Noi possiamo scegliere: farci riempire la testa e il cuore di paura, di ansia e di rabbia oppure scegliere di costruire la nostra felicità, nell’ascolto e il rispetto reciproco, nella solidarietà e nella partecipazione. Possiamo scegliere di dare spazio alla felicità, perché il coronavirus ci sta tragicamente dimostrando che il tempo non è nelle nostre mani e non possiamo sprecarne nemmeno un attimo.


Foto dell’articolo principale:
Photo by Daniel Tafjord on Unsplash

[1] Jamie Bartlett, The People Vs Tech: How the internet is killing democracy (and how we save it), Ebury Press, 2018; Gabriela Jacomella, Il falso e il vero: Fake news: che cosa sono, chi ci guadagna, come evitarle, Feltrinelli, 2017; Jaron Lanier, Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social, Il Saggiatore, 2018.

[2] Eli Pariser, Il Filtro, Il Saggiatore, 2012.

[3]Cfr.  A. M. Banti, Storia della borghesia italiana. L’età liberale (1861-1922), Donzelli, 1996.

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