Perché le fake news e i social possono mettere in pericolo le democrazie

Il web e i social personalizzano i contenuti per ognuno di noi, sono pieni di notizie false, molte delle quali sono diffuse allo scopo di orientarci verso l’ultranazionalismo e il razzismo. Dall’Ex Birmania fino all’Italia, la storia recente ci dimostra che tali meccanismi determinano mutamenti politici in molti Paesi. Quando usiamo il web è indispensabile essere consapevoli che stiamo pagando i servizi con i nostri dati personali e che quando ci formiamo delle opinioni online è necessario un nostro lavoro critico sulle notizie.

Bugie anonime, spesso finanziate con denaro di oscura provenienza, stanno condizionando drammaticamente la vita politica in tutto il mondo, dall’ex Birmania agli USA, fino all’Europa e all’Italia. In alcuni Paesi, i social hanno contribuito a fare esplodere vere e proprie guerre: nel 2017 in Myanmar (ex Birmania) Facebook ha giocato un ruolo decisivo nella crisi che ha portato alla guerra civile e alla fuga in Bangladesh di 650 mila persone appartenenti alla minoranza musulmana dei Rohingya contro la quale sono state diffuse fake news, incitamenti all’odio e alla violenza.

Sul social network di Zuckereberg è dilagata una campagna diffamatoria contro di loro: si diceva, ad esempio, che nelle moschee della metropoli Yangon, i Rohinga stessero “accumulando armi nel tentativo di far saltare in aria varie pagode buddiste”. Anche in Sud Sudan, dove dal 2013 al 2018 ha avuto luogo una delle più gravi guerre civili del mondo, le tensioni sono state innescate, alimentate e inasprite dalla diffusione organizzata di fake news e messaggi di odio online.

La diffusione di fake news è anche il tratto caratteristico comune ai populismi che stanno emergendo in mezzo mondo: in Brasile, ad esempio, nel 2018 hanno contribuito alla vittoria di Bolsonaro. Secondo il sito brasiliano cacciatore di bufale Aos Fatos, le principali dodici fake, circolate nel fine settimana delle elezioni, sono state condivise 1,17 milioni di volte.

Tutti noi utilizziamo i social network e i motori di ricerca sul web, autorizzando, senza esserne coscienti, l’uso dei nostri dati personali. Il problema è che purtroppo non sempre essi vengono usati per fini leciti: nel 2019 Facebook ha patteggiato con la FTC, l’agenzia del governo americano a tutela dei consumatori e del mercato, una multa da 5 miliardi per aver ceduto illegalmente le informazioni private di cinquanta milioni di account a Cambridge Analytica. La società di consulenza britannica le aveva sfruttate allo scopo di scovare un target di elettori indecisi e influenzabili da “bombardare” sui social a colpi di fake in occasione delle presidenziali del 2016 che hanno visto il trionfo di Trump. Alcuni mesi prima, la stessa strategia era stata utilizzata per influenzare l’elettorato britannico che doveva esprimere il suo voto sulla permanenza nell’Unione Europea.

Cambridge Analytica era stata fondata nel 2013 da Robert Mercer[1], un miliardario americano che è stato anche uno dei finanziatori del sito d’informazione di estrema destra Breitbart News, diretto da Steve Bannon. La dottrina a cui il sito si ispirava era: “Se vuoi cambiare radicalmente la società devi prima distruggerla.”

The great Hack

L’ex consigliere e stratega di Trump non si occupa solo di cose americane ma ha legami con l’estrema destra in tutta Europa. L’obiettivo di Bannon è «la ridefinizione dell’Occidente come un’entità nazionalista e cristiana sul piede di guerra contro i barbari». E non ha problemi a incoraggiare il razzismo e le discriminazioni: ai sostenitori di Marine Le Pen in Francia, ha detto: «Lasciate che vi chiamino razzisti, xenofobi, nativisti, omofobi e misogini: anzi, andatene fieri!». “Fascist and proud” è uno degli slogan dei suprematisti bianchi americani. Ad aprile 2019 Bannon ha avuto un colloquio con Matteo Salvini che ha definito l’incontro “interessante”. Secondo molti, è stato proprio Bannon a suggerire all’ex ministro dell’interno di dichiarare guerra a Papa Francesco sulla questione migranti.

La democrazia italiana non è immune da pericoli: lo scorso anno Facebook, ha chiuso 23 pagine italiane, con oltre 2,46 milioni di follower che, a ridosso delle elezioni europee, hanno condiviso informazioni false e contenuti antisemiti, contro i vaccini e soprattutto contro i migranti e contro chiunque li difendesse. Tra le varie fake news: la citazione attribuita a Roberto Saviano, secondo la quale lo scrittore e giornalista avrebbe detto che preferiva “salvare i migranti che le vittime italiane dei terremoti” e un video, in circolazione da almeno 5 anni, che ha raggiunto quasi le 10 milioni di visualizzazioni, dove venivano mostrati migranti intenti a distruggere una macchina dei carabinieri. Il video è in realtà tratto da un film amatoriale, lo testimonia il fatto che sono ben visibili i microfoni e altri strumenti di scena, ma chi diffonde le fake sa che molti utenti sono distratti e credono semplicemente a ciò a cui vogliono credere.

Photo by John Cameron on Unsplash

Quella che emerge come regola comune tra gli istigatori di odio è alimentare il caos utilizzando tutti i tipi di conflitto: etnici, sociali e razziali fino ai separatismi. Gli ingredienti per fare a pezzi il tessuto civile della società e ottenere consenso nutrendo gli istinti umani più bassi sono sempre gli stessi: disinformazione con la diffusione di notizie false che aumentano la paura (solitamente a sfondo discriminatorio e razzista); diffamazione e demonizzazione dell’avversario politico; dileggio degli organismi internazionali come l’ONU e la UE; infine, attacchi personali a chiunque cerchi di opporsi o smascherare questo meccanismo. Così, ad esempio, a poche ore dal referendum sulla Brexit viene immessa in maniera mirata la fake news che “76 milioni di turchi stanno per entrare nell’Unione Europea”. In Italia si sta insidiosamente alimentando una retorica di disprezzo nei confronti degli stranieri, delle organizzazioni che li aiutano come le ONG e di chiunque osi prenderne le difese. Nella migliore delle ipotesi si viene tacciati di buonismo ma nella maggior parte dei casi si passa alla diffamazione come accaduto, per esempio, all’ex presidente della Camera Laura Boldrini: sui social sono stati diffusi milioni di meme tramite i quali le venivano attribuiti svariati parenti inesistenti che gestivano cooperative che si occupano di migranti.

I social, che nascono con l’intento di unire le persone, si stanno rivelando invece strumenti di disinformazione e di isolamento in “bolle” artificiali se non  vere e proprie armi sanguinarie.

Quando ci formiamo un’opinione politica, attingendo informazioni dai social e dal web, è fondamentale sapere che il 100% dei guadagni dei social dipende dalla cessione dei nostri dati personali ad altri; le nostre attività online non si disperdono nel nulla: le transazioni con la carta, tutte le possibili interazioni (compresi i messaggi privati), le ricerche web, i “mi piace” vengono catalogati e ricollegati in tempo reale tracciando un nostro profilo per il quale viene creato un flusso continuo di informazioni create appositamente per noi.[2]

Come dimostrato dal caso di Cambridge Analityca, può capitare che i nostri dati personali possano essere ceduti illegalmente a società oscure, ed essere utilizzati per interferire nel normale funzionamento democratico dei Paesi con la creazione di contenuti falsi realizzati su misura per noi.

Il meccanismo della bolla informativa non ci permetterà di vedere le smentite alle fake di cui siamo stati destinatari.

Gruppi di potere senza scrupoli utilizzano i social con l’obiettivo di creare il caos e annientare le forme di democrazie esistenti per sostituirle con regimi autoritari nazionalisti, razzisti e fondati sulla paura.

In sintesi, dobbiamo essere consapevoli che navigare sul web, gratuitamente e senza nessun vincolo, in realtà ha un prezzo che paghiamo con la cessione dei nostri dati personali tramite i quali vengono personalizzati i contenuti per ognuno di noi; capita che tali contenuti siano notizie false, diffuse dolosamente allo scopo di orientarci politicamente, molto spesso verso l’ultranazionalismo e il razzismo. Di conseguenza, è necessario un nostro lavoro critico sulle notizie che deve essere svolto utilizzando gli strumenti di base del fact-checking.


[1] La società è fallita dopo lo scandalo probabilmente per evitare che le indagini potessero andare avanti.

[2] Jaron Lanier, Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social, Il Saggiatore, 201; Vedi anche Ed Pariser, Il Filtro, Il Saggiatore, 2011.

Foto dell’articolo principale:
Photo by Jon Tyson on Unsplash

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