I morti che commemoriamo il 25 Aprile

Qualcuno dice che il 25 Aprile è “divisivo” e che dovrebbe diventare il giorno del ricordo dei caduti di tutte le guerre e, da quest’anno, anche dei morti per il Covid 19! Chi lo sostiene vuole riscrivere la storia: i morti che ricordiamo sono le donne e gli uomini che hanno versato il loro sangue per restituirci dignità e libertà dopo 5 anni di guerra e 20 anni di dittatura. Il 25 Aprile non ricordiamo i carnefici ma le vittime innocenti delle stragi nazifasciste nelle quali intere famiglie vennero trucidate. Nell’eccidio di Monte Sole, Ferruccio Laffi, di cui di seguito racconto la storia, perse 14 familiari.

Dopo la strage di S. Anna di Stazzema del 12 Agosto 1944, i nazifascisti stavano risalendo verso Nord con l’obiettivo di sterminare le popolazioni che appoggiavano, o erano solo sospettate di farlo, i partigiani. Nel primo pomeriggio del 30 Settembre, Ferruccio Laffi e i suoi familiari vedono delle truppe tedesche avanzare verso di loro. Immaginando che stessero cercando soltanto uomini da deportare in Germania, due dei suoi fratelli pensano di nascondersi e Ferruccio, che aveva 16 anni, ritenendosi già un uomo, decide di seguirli.

A casa rimangono quindi 14 suoi familiari e quattro sfollati: un’anziana e una donna più giovane con due figli piccoli. I tre fratelli si rifugiano tra i calanchi che costeggiano il Reno: non sapevano però, che il giorno precedente, i nazifascisti avevano trucidato circa 200 persone, di cui 52 bambini, l’intera popolazione della vicina frazione di Casaglia.

Quando cala il buio i tre fratelli fanno ritorno al loro paese ma trovano la casa in fiamme, con gli animali fuori dalle stalle e nessuna persona in giro. Poco dopo, nell’aia, scoprono i corpi orribilmente trucidati dei loro familiari, compreso un neonato di 29 giorni.

“Si faceva fatica a riconoscerli, non erano stati uccisi normalmente” dice Ferruccio tra le lacrime tutte le volte che ne parla. Quella che si trova davanti è una scena di indicibile atrocità: i maiali e le galline si stavano cibando dei corpi che erano stati brutalmente dilaniati dai nazifascisti. In un angolo, c’era rannicchiato nudo un uomo che inizialmente lui nemmeno riconosce: era suo padre, probabilmente costretto ad assistere alla scena del massacro prima di essere ucciso. La mattina seguente scoprono che i nazifascisti avevano fatto lo stesso nelle altre case.

Nei giorni successivi l’intero territorio viene occupato dai tedeschi: Ferruccio, fatto prigioniero, è costretto a lavorare per coloro che avevano assassinato la sua famiglia. Per lui era cominciato un periodo complicato in cui si alternano fughe e prigionia, durante il quale più volte rischia di essere giustiziato: in un’occasione, insieme ad altri prigionieri, viene messo davanti a una buca già scavata con le armi puntate, pronte per l’esecuzione. Dopo mesi di clandestinità, solitudine e infinito dolore arrivano finalmente i giorni della liberazione: il 21 Aprile 1945 è la volta di Bologna dove si trova Ferruccio.

Ferruccio Laffi

Nell’eccidio di Marzabotto perse il padre, la madre, i fratelli Armando ed Ettore, la cognata Maria Venturi con i figli Antonio, Dina, Fernando, Gabriele, Italo e Marina, la cognata Livia Ferri e i figli di lei Demetrio, Massimo e Primo Laffi. La sua famiglia era composta da 20 persone: alla fine della guerra ne rimasero in vita solo 2.

Nelle stragi compiute dai nazifascisti tra il 29 Settembre e il 5 Ottobre 1944 nel territorio dei comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno, alle pendici di Monte Sole, complessivamente furono torturate e uccise 770 persone, di cui 316 donne, 216 bambini, 142 anziani. Questo fu Marzabotto, una delle più brutali stragi compiute dai nazifascisti e uno dei più atroci crimini contro l’umanità a memoria d’uomo.

Sono questi i morti che ricordiamo il 25 Aprile. Non sono tutti uguali come sostiene Ignazio La Russa. Le donne incinte, stuprate, sventrate, uccise, e i loro feti, tagliati in due o lanciati in aria come tiro al bersaglio, non si possono mettere sullo stesso piano con i criminali assassini che hanno compiuto quelle stragi.

Il 25 Aprile si celebra la liberazione dai fascisti che hanno tolto la libertà agli italiani per oltre vent’anni e dal regime che ha approvato le vergognose leggi razziali. Si celebra la fine di un’oppressione violenta, che rese l’Italia corresponsabile di una rovinosa guerra e dello sterminio di 11 milioni di persone: uomini, donne, bambini e anziani che avevano l’unica colpa di non essere graditi ai fascisti e che sono stati prelevati dalle loro case, resi schiavi e poi uccisi nei campi di concentramento.

Il 25 Aprile non è “divisivo” perché in una democrazia non ci può essere chi sta dalla parte dei criminali e di una dittatura sanguinaria. Il fascismo è un crimine, non un’opinione politica. Chi sostiene il contrario sta tentando di riscrivere la storia, vuole farci credere che oppressi e oppressori, democrazia e dittatura siano la stessa cosa.

Il 25 Aprile stringiamoci in un abbraccio a tutti i sopravvissuti che, come Ferruccio Laffi, continuano a raccontare le loro tragiche esperienze, per difendere quella memoria che in troppi vorrebbero cancellare: soprattutto ricordiamo gli uomini, le donne, i bambini e gli anziani che hanno rischiato o perso la vita per permetterci di vivere in un paese libero. Non dimentichiamo mai ciò che dobbiamo a tutti loro.

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