Il cenacolo di Andrea del Sarto a Firenze

L’ultima cena di Andrea del Sarto è una meraviglia di colori e di figure umane dipinte con grande maestria fin nei minimi dettagli. Risparmiato in virtù della sua modernità e della sua bellezza durante l’assedio di Firenze del 1529, il capolavoro di Andrea del Sarto, punto di arrivo della tradizione fiorentina dei cenacoli iniziata nel Trecento, merita di essere ammirato e riscoperto nella sua misurata e, allo stesso tempo, imponente perfezione.

L’opera fu commissionata a Andrea del Sarto nel 1511 dall’abate del convento di San Salvi, ma a questa data risale soltanto il sottarco che l’artista realizzò con l’aiuto di Andrea di Cosimo Feltrini, per le grottesche, e forse del suo amico e collega di bottega Franciabigio per le figure dei santi. Tra queste, risalta la Trinità che secondo Vasari mostrava le abilità del pittore nel dipingere con la tecnica dell’affresco:

un tondo dentrovi tre faccie, che sono una medesima, per la Trinità, e fu questa opera, per cosa in fresco, molto ben lavorata e per ciò tenuto Andrea quello che egli era veramente nella pittura.

A causa di lavori nel refettorio e di problemi interni al convento, i monaci di San Salvi avrebbero richiamato il pittore per completare il lavoro soltanto 15 anni più tardi. La cena, un grandioso affresco dalle dimensioni di 525×871 cm, venne dipinta in 46 giornate nel 1526[1]. Secondo il Vasari, Andrea realizzò l’opera “più vivace di colorito e di disegno che facesse già mai, anzi che fare si possa: avendo, oltre all’altre cose, dato grandezza, maestà e grazia infinita a tutte quelle figure”. Le mezze tinte di violetto, verdognolo, arancio e turchese sono un’innovazione rispetto alla tradizione quattrocentesca fiorentina, che invece privilegiava i colori primari. L’insieme è brillante, con molti effetti cangianti, come si può notare, ad esempio, nelle vesti di Pietro, Giuda e Gesù.

Foto di Ennio Passalia

Un’opera talmente bella da essere risparmiata durante l’assedio di Firenze del 1529:

la sua bontà fu cagione che nelle rovine dell’assedio di Firenze l’anno 1529 egli fusse lasciato stare in piedi, allora che i soldati e guastatori, per comandamento di chi reggeva, rovinarono tutti i borghi fuor della città, i monasteri, spedali e tutti altri edifizii. Costoro dico, avendo rovinato la chiesa et il campanile di San Salvi e cominciando a mandar giù parte del convento, giunti che furono al refettorio, dove è questo Cenacolo, vedendo chi gli guidava e forse avendone udito ragionare sì maravigliosa pittura, abbandonando l’impresa, non lasciò rovinar altro di quel luogo […][2]

La scena raffigura il momento immediatamente successivo all’annuncio di Cristo sull’imminente tradimento da parte di uno dei suoi discepoli; questa rivelazione suscita un moto di reazioni differenti tra i commensali, espresso dal pittore con uno stile misurato che coniuga la tradizione fiorentina con il modello di Leonardo che, circa 30 anni prima, aveva dipinto gli apostoli mentre gesticolavano animatamente.

Guardando la scena partendo da sinistra, si vede un giovane apostolo dal vestito arancio che cerca di contenere la sua agitazione afferrando con la mano la panca su cui è seduto. Accanto a lui, un altro discepolo con la bocca spalancata per lo stupore, si è alzato in piedi e, mentre con la mano cerca il contatto di un altro compagno, egli si protende verso il centro della scena per poter ascoltare ciò che Gesù sta dicendo; davanti a lui, seduto, un apostolo più anziano ha gli occhi persi nel vuoto e congiunge le mani.

Più al centro, accanto a Giuda è seduto Pietro, con uno sguardo assorto che tradisce la sua angoscia. Sul lato destro, vicino a Giovanni, altre reazioni contrastanti: qualcuno distoglie preoccupato gli occhi da Gesù mentre altri cercano di capire cosa stia accadendo; tra questi, un giovane apostolo vestito di verde e giallo, in piedi, allunga il braccio fino ad appoggiare la bellissima mano sulla spalla di un compagno più anziano. I piedi di quasi tutti gli apostoli, lavati dallo stesso Gesù poco prima, sono dipinti con straordinaria accuratezza anatomica

Al centro della scena, Giovanni si rivolge a Cristo che con la mano sinistra lo rassicura dolcemente mentre con la destra offre a Giuda il pezzo di pane che lo accusa. L’Iscariota, ponendo la propria mano sul petto in segno di sorpresa, sembra sul punto di dire “Sono forse io”? Andrea del Sarto dipinge la scena descritta dal Vangelo di Giovanni, nella quale è lo stesso Gesù a porgere il pane al suo traditore:

I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. [Giovanni], si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: “Di’, chi è colui a cui si riferisce?”. Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: “Signore, chi è?”. Rispose allora Gesù: “È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò”. E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota […]

La parte più insolita è quella superiore dove l’artista rappresenta una terrazza, dove si trovano due personaggi, sullo sfondo di un cielo al tramonto: forse uno sconosciuto spettatore informa di quanto sta avvenendo il servo, che si ferma in ascolto per un attimo.

L’ultima cena di Andrea del Sarto è una meraviglia di colori e di figure umane dipinte con grande maestria fin nei minimi dettagli. Il groviglio di emozioni che dal dolore alla disperazione, investono i protagonisti è immerso in un’atmosfera di disarmante e serena rassegnazione. Fuori dalle consuete rotte turistiche, il capolavoro di Andrea del Sarto, punto di arrivo della tradizione fiorentina dei cenacoli iniziata nel Trecento, merita di essere ammirato e riscoperto nella sua misurata e, allo stesso tempo, imponente perfezione.


[1] Stefano De Rosa, “La pittura senza errori” di Andrea del Sarto. Commento artistico e sua grandezza sofferta e moderna, Nicomp, Milano, 2004.

[2] Giorgio Vasari, Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, Einaudi, 1991.

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